Puntata 2 · Roma, fame e genio — La nascita di Caravaggio
Roma. Ultimi anni del Cinquecento. Michelangelo Merisi è arrivato. Ma la città che un giorno si contenderà i suoi quadri non sa ancora che farsene di un pittore lombardo squattrinato.
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Roma.
Ultimi anni del Cinquecento.
Michelangelo Merisi è arrivato.
Ma la città che un giorno si contenderà i suoi quadri…
non sa ancora che farsene di lui.
Roma è immensa.
Affollata.
Rumorosa.
Sacra e violenta.
Nelle strade si mescolano cardinali e mendicanti, pellegrini e
prostitute, artisti e soldati.
Si prega nelle chiese.
Si beve nelle osterie.
Si contratta nei mercati.
Si gioca d'azzardo.
Si portano armi.
E non è raro che una discussione finisca nel sangue.
Ma soprattutto Roma sta cambiando volto.
La Chiesa ha bisogno di immagini.
Chiese, cappelle e palazzi devono essere decorati.
Le grandi famiglie cercano pittori.
E da tutta Italia arrivano giovani artisti in cerca della stessa cosa:
una possibilità.
Michelangelo è uno di loro.
Ha poco più di vent'anni.
Conosce il mestiere.
Ha talento.
Ma a Roma il talento, da solo, non basta.
Servono conoscenze.
Servono committenti.
Serve denaro.
Michelangelo non ha quasi nulla di tutto questo.
I suoi primi anni romani sono difficili da ricostruire in ogni
dettaglio.
Le fonti non sempre coincidono.
Ma il quadro che emerge è quello di un giovane artista costretto a
muoversi tra lavori precari, botteghe e difficoltà economiche.
Lavora per altri pittori.
Passa per la bottega di Lorenzo Siciliano.
Poi entra nell'ambiente di Giuseppe Cesari, il Cavalier d'Arpino.
Cesari è un pittore affermato.
Lavora per papi e aristocratici.
Per Michelangelo è un mondo completamente diverso.
Ma al giovane lombardo non vengono affidate grandi scene religiose.
Dipinge soprattutto…
fiori e frutta.
Potrebbe sembrare un lavoro secondario.
Non lo sarà affatto.
Perché Caravaggio guarda quella frutta come pochi avevano saputo
guardarla.
Non la rende perfetta.
La osserva.
Una foglia può essere secca.
Un frutto può essere ammaccato.
Una mela può avere una macchia.
Un acino d'uva può riflettere la luce.
La natura non viene corretta.
Viene mostrata.
È già Caravaggio.
Anche se Roma ancora non lo sa.
In questi anni Michelangelo si ammala gravemente.
Finisce all'Ospedale della Consolazione.
È un'altra delle immagini che resteranno attaccate alla sua leggenda: il
giovane artista povero, malato, solo in una città che non gli appartiene
ancora.
A questo periodo viene tradizionalmente collegato uno dei suoi dipinti
più celebri.
Il Bacchino malato.
Un giovane pallido.
Il volto stanco.
Le labbra quasi scolorite.
Una spalla scoperta.
Dell'uva tra le mani.
Secondo una celebre interpretazione, quel volto sarebbe proprio quello
di Caravaggio.
Un autoritratto.
Non un pittore che si rappresenta elegante, importante, sicuro di sé.
Ma un uomo con addosso i segni della malattia.
Poi arrivano altri dipinti.
Ragazzo con canestro di frutta.
Bacco.
Buona ventura.
I bari.
E improvvisamente succede qualcosa.
Nei quadri di Michelangelo entra Roma.
[PAUSA 2 SEC.]
Non la Roma dei papi.
Non quella monumentale.
Entra la strada.
Ragazzi.
Carte da gioco.
Monete.
Bicchieri di vino.
Frutta.
Inganni.
Sguardi.
Mani che si muovono.
Nella Buona ventura una giovane zingara legge la mano a un ragazzo.
Ma mentre lo distrae…
gli sfila abilmente l'anello dal dito.
Ne I bari un giovane ingenuo gioca a carte.
Dietro di lui, un complice osserva le carte e suggerisce la mano al
compare.
Il secondo baro nasconde altre carte dietro la schiena.
È una truffa.
Una piccola scena di vita quotidiana.
Ma Caravaggio la trasforma in pittura.
Non servono eroi.
Non servono divinità.
Non serve un mondo perfetto.
Gli basta ciò che vede.
Ed è proprio uno di questi quadri a contribuire a cambiare la sua vita.
I bari attirano l'attenzione di un uomo potentissimo.
Il cardinale Francesco Maria Del Monte.
Del Monte non è soltanto un uomo di Chiesa.
È colto.
Ama la musica.
Conosce l'arte.
Frequenta intellettuali e scienziati.
È legato alla corte medicea.
E soprattutto capisce che quel giovane lombardo possiede qualcosa di
diverso.
Caravaggio entra sotto la sua protezione.
Va a vivere a Palazzo Madama.
Per Michelangelo cambia tutto.
Non è più soltanto il giovane pittore che cerca di sopravvivere passando
da una bottega all'altra.
Ora frequenta uno degli ambienti culturalmente più raffinati di Roma.
Conosce musicisti.
Poeti.
Collezionisti.
Aristocratici.
Potenziali committenti.
E dipinge.
Dipinge giovani musicisti.
Frutta.
Vino.
Corpi.
Sguardi.
Nel Bacco degli Uffizi un ragazzo ci guarda direttamente.
Ha il volto acceso.
Tiene una coppa di vino tra le dita.
Davanti a lui c'è frutta matura.
Non sembra una divinità lontana.
Sembra una persona che potremmo quasi toccare.
È questa vicinanza a rendere Caravaggio diverso.
I suoi personaggi occupano il nostro spazio.
Ci guardano.
Ci invitano.
Ci ingannano.
Esistono.
Ma il vero salto deve ancora arrivare.
Perché fino a questo momento Michelangelo ha dipinto soprattutto quadri
destinati alle stanze dei collezionisti.
Opere che vengono osservate nei palazzi.
Il grande pubblico romano ancora non conosce davvero Caravaggio.
Poi arriva una commissione.
Una cappella nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
La Cappella Contarelli.
Caravaggio deve raccontare la vita di San Matteo.
Questa volta non dipingerà una cesta di frutta.
Non dipingerà giocatori di carte.
Non dipingerà un ragazzo con un bicchiere di vino.
Dovrà dipingere un santo.
E Caravaggio farà qualcosa che Roma non è preparata a vedere.
Prenderà il sacro…
e lo porterà sulla strada.
Michelangelo Merisi non è più soltanto un giovane pittore lombardo.
Roma ha cominciato a pronunciare il suo nome.
Caravaggio è nato.
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