Puntata 7 · Il pittore in fuga — Napoli, Malta, il carcere
1606. Caravaggio ha lasciato Roma. Dietro di lui c'è un uomo morto. Davanti a lui il mare.
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1606.
Caravaggio ha lasciato Roma.
Dietro di lui c'è un uomo morto.
Davanti a lui…
il mare.
Michelangelo Merisi è un fuggitivo.
Ma c'è qualcosa che la condanna non è riuscita a portargli via.
Il suo nome.
Quando arriva a Napoli, Caravaggio non è uno sconosciuto in cerca di
fortuna.
È già uno dei pittori più celebri d'Italia.
Napoli è una delle città più grandi d'Europa.
Capitale del viceregno spagnolo.
Affollata.
Ricchissima e poverissima.
Palazzi e vicoli.
Aristocratici e mendicanti.
Chiese, mercati, soldati, prostitute, religiosi.
Una città nella quale la luce e l'ombra sembrano già esistere prima
ancora che Caravaggio le dipinga.
E Napoli lo vuole.
Le commissioni arrivano rapidamente.
Tra queste ce n'è una destinata al Pio Monte della Misericordia.
Caravaggio deve rappresentare le sette opere di misericordia corporale.
Sette storie.
Una sola tela.
Caravaggio le porta tutte in una strada.
Un uomo divide il proprio mantello con un povero.
Un pellegrino viene accolto.
Un morto viene trasportato.
Un uomo beve utilizzando una mascella d'asino.
Una giovane donna offre il proprio seno a un vecchio incarcerato.
Corpi.
Gesti.
Fame.
Carità.
Morte.
Tutto accade contemporaneamente.
E sopra quella strada buia…
arriva la luce.
Le Sette opere di Misericordia non sembrano sette episodi religiosi
separati.
Sembrano Napoli.
Una folla compressa.
Un vicolo.
Persone che si sfiorano.
La salvezza che passa attraverso i corpi.
Caravaggio potrebbe fermarsi.
A Napoli lavora.
È protetto.
È ricercato dai committenti.
Ma Michelangelo vuole qualcosa di più.
Vuole tornare a Roma.
Per farlo ha bisogno del perdono.
E nel 1607 lascia Napoli.
Destinazione:
Malta.
Nel cuore del Mediterraneo esiste uno degli ordini più potenti e
prestigiosi della cristianità.
I Cavalieri di San Giovanni.
L'Ordine che aveva combattuto contro gli Ottomani e che governava Malta.
Entrarne a far parte significa prestigio.
Protezione.
Relazioni.
E per un uomo condannato come Caravaggio può significare soprattutto una
cosa:
avvicinarsi alla grazia papale.
Caravaggio arriva sull'isola.
E ancora una volta la pittura gli apre porte che sembravano impossibili.
Il Gran Maestro dell'Ordine è Alof de Wignacourt.
Caravaggio lo ritrae.
Non come un uomo qualsiasi.
Wignacourt appare in armatura.
Solenne.
Potente.
Accanto a lui un giovane paggio.
Michelangelo conquista la corte maltese.
E il 14 luglio 1608 accade qualcosa che, soltanto due anni prima,
sarebbe sembrato impensabile.
Caravaggio diventa Cavaliere di Malta.
L'assassino fuggito da Roma è diventato cavaliere.
Per Michelangelo è un trionfo.
Ma durerà pochissimo.
Nel frattempo Caravaggio sta lavorando a un'opera enorme.
La Decollazione di San Giovanni Battista.
È la tela più grande che abbia mai dipinto.
Una prigione.
Un uomo a terra.
Il boia lo ha già colpito.
San Giovanni è disteso sul pavimento.
Ma non è ancora finita.
Il carnefice si china.
Sta per completare l'esecuzione con un coltello.
Una donna attende con un grande bacile.
Un'altra porta le mani al volto.
Due prigionieri osservano la scena da una finestra.
Intorno…
quasi niente.
Spazio.
Pietra.
Buio.
Le figure occupano soltanto una parte della grande tela.
Il vuoto le sovrasta.
Poi c'è il sangue.
Esce dal collo di Giovanni.
Scorre sul pavimento.
E dentro quel sangue Caravaggio fa qualcosa che non aveva mai fatto in
questo modo.
Firma il quadro.
«f. Michelangelo».
La firma sembra nascere dal sangue del Battista.
È l'unica opera oggi conosciuta sulla quale compare la firma di
Caravaggio.
Mentre dipinge martirio e morte, però, la violenza torna anche nella sua
vita.
Agosto 1608.
Caravaggio viene coinvolto in un nuovo grave scontro.
Questa volta la vittima è un cavaliere dell'Ordine, Giovanni Rodomonte
Roero.
Partecipano più uomini.
È un episodio gravissimo.
Caravaggio viene arrestato.
Il cavaliere è diventato prigioniero.
Viene rinchiuso a Forte Sant'Angelo.
Una fortezza che domina il porto.
Poi accade l'incredibile.
Caravaggio evade.
Non conosciamo tutti i dettagli della fuga.
Non sappiamo con certezza chi lo abbia aiutato.
Non possiamo ricostruire una scena spettacolare fatta di corde, mura
scalate e guardie ingannate.
Ma sappiamo il risultato.
Caravaggio riesce a uscire dalla prigione.
Raggiunge il mare.
Lascia Malta.
Quando l'Ordine reagisce…
Michelangelo è già lontano.
È fuggito ancora.
Il 1° dicembre 1608, nell'Oratorio di San Giovanni a La Valletta, i
cavalieri si riuniscono.
Caravaggio non è presente.
Davanti a loro c'è però qualcosa di suo.
La gigantesca Decollazione di San Giovanni Battista.
Proprio davanti a quel quadro viene pronunciata la sua espulsione
dall'Ordine.
Michelangelo Merisi viene definito membro…
«putridum et foetidum».
Putrido e fetido.
Il cavaliere Caravaggio non esiste più.
In appena due anni Michelangelo ha perso Roma.
È stato condannato a morte.
È fuggito a Napoli.
Ha attraversato il Mediterraneo.
È diventato Cavaliere di Malta.
È stato arrestato.
È evaso.
Ed è stato espulso dall'Ordine.
Ma continua a dipingere.
Sempre.
È forse questa una delle cose più impressionanti della sua vita.
Mentre tutto intorno a lui crolla, la pittura non si ferma.
Anzi.
Diventa più essenziale.
Più rapida.
Più vuota.
Più buia.
Dopo Malta, Caravaggio approda in Sicilia.
Siracusa.
Messina.
Poi il racconto tradizionale lo conduce fino a Palermo, anche se la sua
effettiva presenza nella città resta discussa dagli studiosi.
È un uomo braccato.
Si sposta continuamente.
Ma ovunque arriva lascia qualcosa.
A Siracusa lascia una santa distesa sulla terra.
A Messina un uomo che torna dalla morte.
Pastori inginocchiati nella povertà.
E intorno a loro…
sempre più spazio.
Sempre più oscurità.
Come se il buio dei suoi quadri stesse crescendo insieme al buio della
sua vita.
Caravaggio è libero.
Ma non è al sicuro.
E la Sicilia sarà la terra nella quale dipingerà alcuni dei quadri più
estremi della sua esistenza.
Il tempo sta finendo.
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