Puntata 8 · L'ultimo Caravaggio — Sicilia e l'ombra della morte
Ottobre 1608. Caravaggio è fuggito da Malta. Non è più un cavaliere. Non può tornare a Roma. E adesso anche Malta è diventata un luogo dove non può più tornare.
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Ottobre 1608.
Caravaggio è fuggito da Malta.
Non è più un cavaliere.
Non può tornare a Roma.
E adesso anche Malta è diventata un luogo dal quale deve tenersi
lontano.
Davanti a lui c'è la Sicilia.
Michelangelo Merisi ha trentasette anni.
Gli resta meno di due anni da vivere.
La prima tappa è Siracusa.
Qui Caravaggio ritrova probabilmente Mario Minniti, l'amico siciliano
conosciuto negli anni romani.
Ma Michelangelo non è più il giovane che dipingeva ragazzi con cesti di
frutta.
La sua pittura è cambiata.
E a Siracusa lo dimostra immediatamente.
Deve dipingere il martirio di Santa Lucia.
La patrona della città.
Ma sceglie di raccontare ciò che viene dopo.
Santa Lucia è già morta.
Il suo corpo è disteso a terra.
Due uomini enormi scavano la fossa.
Intorno, una folla assiste.
Ma nessuno domina veramente la scena.
A dominare è lo spazio.
Una parete immensa.
Terra.
Ombra.
Vuoto.
Le figure occupano soltanto la parte inferiore della tela.
Sembrano piccole.
Fragili.
Quasi schiacciate dall'ambiente che le circonda.
È difficile non sentire quanto Caravaggio sia cambiato.
A Roma portava i corpi vicinissimi a noi.
Adesso sembra allontanarli.
Il mondo intorno agli uomini è diventato enorme.
Da Siracusa Caravaggio si sposta a Messina.
È ancora un fuggitivo.
Ma il suo nome continua ad aprirgli le porte.
Riceve commissioni importanti.
E una di queste gli permette di affrontare un tema che sembra quasi
scritto per il momento che sta vivendo.
La resurrezione di Lazzaro.
Un uomo morto…
che torna alla vita.
Lazzaro è sorretto dagli uomini intorno a lui.
Il corpo è pallido.
Pesante.
Un braccio si apre verso la luce.
Cristo, sulla sinistra, tende la mano.
Intorno ci sono volti sconvolti.
Persone che guardano.
Persone che si ritraggono.
Ancora una volta il miracolo di Caravaggio non è pulito.
Ha il peso della carne.
La morte sembra ancora attaccata al corpo di Lazzaro.
E proprio intorno a questo quadro nascerà una storia feroce.
Il biografo Francesco Susinno, scrivendo molti anni dopo, racconta che
Caravaggio avrebbe fatto dissotterrare un cadavere per utilizzarlo come
modello.
Racconta persino che alcuni uomini, sconvolti dall'odore e dalla
decomposizione, avrebbero rifiutato di reggerlo.
Caravaggio li avrebbe minacciati con un pugnale.
È un racconto tardivo.
Non possiamo presentarlo come un fatto accertato.
Ma è significativo.
Perché già pochi decenni dopo la sua morte Caravaggio è diventato
questo:
un uomo attorno al quale realtà e leggenda cominciano a confondersi.
Sempre a Messina dipinge l'Adorazione dei pastori.
E ancora una volta elimina quasi tutto ciò che potrebbe rendere sontuosa
la scena.
Maria è a terra.
Tiene il bambino tra le braccia.
I pastori si avvicinano.
Non c'è una corte celeste.
Non c'è lusso.
Non c'è trionfo.
C'è paglia.
C'è povertà.
Ci sono corpi stanchi.
C'è una madre con suo figlio.
Caravaggio ha iniziato la sua rivoluzione portando la strada dentro il
sacro.
Adesso sembra andare ancora oltre.
Toglie.
Toglie colori.
Toglie figure.
Toglie decorazioni.
Toglie certezze.
Rimane l'essenziale.
La tradizione colloca poi Caravaggio a Palermo, dove viene legata al suo
nome la Natività con i santi Lorenzo e Francesco.
La presenza personale dell'artista a Palermo, però, non è documentata
con la stessa sicurezza delle tappe di Siracusa e Messina, e la
cronologia dell'opera è stata a lungo discussa.
Quel dipinto avrà comunque una storia straordinaria.
Ma non finisce qui.
Ci torneremo.
Perché Caravaggio riparte.
Nel 1609 torna a Napoli.
È più vicino a Roma.
Più vicino alla grazia che continua a sperare di ottenere.
Ma anche più vicino agli uomini dai quali potrebbe avere qualcosa da
temere.
Poi, una sera, succede qualcosa.
Caravaggio viene aggredito.
Il luogo indicato dalle fonti è l'Osteria del Cerriglio.
Un locale conosciuto della Napoli del tempo.
Gli aggressori lo colpiscono violentemente.
Il volto viene ferito.
Le conseguenze sono gravi.
Per qualche tempo circola addirittura la notizia che Caravaggio sia
morto.
Non è vero.
Michelangelo è ancora vivo.
Ma è stato colpito duramente.
Le fonti non permettono di ricostruire con certezza mandanti e
motivazioni.
La vicenda maltese ha alimentato l'ipotesi di una vendetta.
Altre ricostruzioni hanno cercato responsabilità diverse.
Il dato rimane brutale:
qualcuno ha raggiunto Caravaggio a Napoli e lo ha massacrato di botte.
Eppure Michelangelo torna a dipingere.
Tra le opere legate a quest'ultima stagione napoletana ce n'è una
particolarmente inquietante.
Davide con la testa di Golia.
Davide emerge dal buio.
Tiene in mano la testa mozzata del gigante.
E il volto di Golia…
ha i lineamenti di Caravaggio.
Michelangelo dipinge se stesso decapitato.
Non è la prima volta che inserisce il proprio volto in un'opera.
Ma qui l'immagine possiede una forza terribile.
La bocca di Golia è aperta.
Gli occhi sono spenti.
Il volto è segnato.
Davide, invece, non sembra esultare.
Guarda quella testa con un'espressione difficile da definire.
Non c'è trionfo.
C'è qualcosa che assomiglia alla compassione.
Sulla lama della spada compare un'iscrizione abbreviata.
«H-AS OS».
È stata interpretata come riferimento a una frase di Sant'Agostino:
Humilitas occidit superbiam.
L'umiltà uccide la superbia.
Un uomo condannato per omicidio dipinge la propria testa mozzata.
E la affida alle mani del giovane che lo ha sconfitto.
L'opera viene spesso collegata al tentativo di Caravaggio di ottenere il
perdono.
La tela arriverà nella collezione del cardinale Scipione Borghese, uno
degli uomini che potevano avere un ruolo nella vicenda della grazia
papale.
Michelangelo vuole tornare.
Roma significa libertà.
Significa smettere di fuggire.
Significa forse ricominciare.
E finalmente, nel 1610, qualcosa si muove.
Le trattative per la grazia sembrano essere arrivate a un punto
favorevole.
Caravaggio si prepara a partire.
Ha con sé alcuni dipinti.
Sale su una feluca.
Lascia Napoli.
Naviga verso nord.
Quattro anni dopo essere fuggito da Roma, Michelangelo Merisi sta
tornando verso casa.
Ma non arriverà mai.
Prima di raccontare quell'ultimo viaggio, però, dobbiamo seguire
un'altra storia.
Perché alcuni quadri di Caravaggio hanno avuto un destino quasi
tormentato quanto quello del loro autore.
Sono stati rifiutati.
Tagliati.
Perduti.
Distrutti.
Contesi.
E uno di loro è semplicemente scomparso.
Palermo.
Notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969.
Qualcuno entra nell'Oratorio di San Lorenzo.
Taglia una grande tela dalla cornice.
La arrotola.
E porta via un Caravaggio.
Da allora…
nessuno l'ha più ritrovato.
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