Puntata 5 · L'uomo che attraversò il mare — Lo Stretto e il mantello
Lo Stretto di Messina non è mai soltanto acqua. È vento, corrente, distanza, paura. È il punto in cui due terre sembrano vicinissime e, nello stesso momento, separate da una forza antica.
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Lo Stretto di Messina non è mai soltanto acqua.
È vento.
È corrente.
È distanza.
È paura.
È il punto in cui due terre sembrano vicinissime e, nello stesso
momento, separate da una forza antica.
Secondo la tradizione, siamo nel 1464.
Francesco deve raggiungere la Sicilia.
Con lui ci sono alcuni compagni.
Arrivato sulla costa calabrese, chiede a un barcaiolo di essere
traghettato.
Il racconto popolare ha conservato anche il nome attribuito al nocchiero
in molte versioni: Pietro Coloso.
Francesco non avrebbe denaro per pagare.
Il barcaiolo rifiuta.
Qui potrebbe finire tutto.
Un uomo povero non paga.
La barca parte senza di lui.
È la regola del mondo.
Ma la storia di Francesco sembra continuamente costruita contro questa
regola.
Secondo la tradizione, il frate si toglie il mantello.
Lo stende sull'acqua.
Lega o solleva una parte del tessuto al bastone come una vela.
Sale.
E attraversa lo Stretto.
Fermiamoci sull'immagine.
Non sul miracolo.
Sull'immagine.
Un uomo senza denaro viene respinto da chi controlla il passaggio.
E allora il mare stesso diventa la sua strada.
È difficile trovare una scena più potente.
Per questo l'episodio è diventato uno dei soggetti iconografici più
celebri legati a San Francesco.
Pittori e scultori lo rappresentano sul mantello.
Il bastone sollevato.
Il vento.
Le onde.
La costa lontana.
Ma c'è un dettaglio ancora più interessante.
Francesco non attraversa il mare per dimostrare qualcosa.
Non organizza una folla.
Non annuncia il prodigio.
Il miracolo, nella logica del racconto, nasce da un rifiuto.
Da una porta chiusa.
Da un uomo povero al quale viene detto:
«Se non puoi pagare, non passi.»
Ecco perché questa storia ha parlato così profondamente alle comunità
marinare.
Perché il mare, per chi vive sulla costa, non è poesia.
È lavoro.
È pericolo.
È lutto.
È attesa.
Una barca che tarda può significare una famiglia intera ferma sulla
riva.
Una tempesta può cambiare la storia di una casa.
Un vento improvviso può decidere chi torna e chi no.
Nel corso dei secoli San Francesco di Paola diventa patrono della gente
di mare italiana.
E forse non poteva essere altrimenti.
Il Santo nato davanti al Tirreno.
Il Santo del mantello.
Il Santo che, secondo la tradizione, non domina il mare con la forza ma
lo attraversa affidandosi.
Ma la Sicilia non è soltanto lo scenario di un miracolo.
Francesco vi fonda e consolida presenze della sua comunità.
La sua esperienza religiosa si espande.
Paola non basta più.
La Calabria non basta più.
Il piccolo gruppo nato attorno a un eremita sta diventando qualcosa di
molto più grande.
E qui compare una parola.
Una parola che Francesco sceglierà come cuore del suo messaggio.
«Charitas.»
Carità.
Non debolezza.
Non sentimentalismo.
Carità come forza capace di tenere insieme uomini che altrimenti si
distruggerebbero.
La parola entrerà nella sua iconografia.
La vediamo sopra le statue.
Dentro un sole.
Splendente.
CHARITAS.
Ma mentre Francesco parla di carità, l'Europa è attraversata dalla
politica, dalla guerra, dalla paura della morte.
E proprio un re, uno degli uomini più potenti d'Europa, sta per scoprire
che il suo potere non può salvarlo.
Si chiama Luigi XI.
È re di Francia.
È malato.
Ha paura.
E ha sentito parlare di un eremita calabrese capace di compiere
miracoli.
Da quel momento la vita di Francesco cambia per sempre.
Nella prossima puntata racconteremo una storia straordinaria.
La storia di un re che voleva vivere.
E di un frate che non voleva partire.
Il Santuario di San Francesco di Paola è meta di pellegrinaggio dal Quattrocento. Se ti capita di passare per la Calabria, cerca il beacon Civiglio: la stessa storia ti aspetta direttamente sul tuo telefono.